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Bioenergie: i 24 indicatori per evitare la razzia delle terre nel Terzo mondo |
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Scritto da Rosario Blandino
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Lunedì 23 Gennaio 2012 11:48 |
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Dal Corriere della Sera - MILANO - Quale strada seguire per una crescita green? Nel settore bioenergie offre un aiuto il rapporto pubblicato dalla Global Bioenergy Partnership (Gbep):
un lavoro che tramite la definizione di 24 indicatori fornisce ai Paesi
interessati strumenti operativi per misurare e indirizzare le proprie
strategie di sostenibilità.
IL G8 DEL 2005 - Tutto comincia
con il G8 di Gleneagles (2005), durante il quale viene evidenziata la
necessità di sostenere «un più ampio ed efficiente uso delle biomasse e
dei biocombustibili, in particolare nei Paesi in via di sviluppo dove
l'uso delle biomasse è prevalente». Nel maggio dell'anno seguente, a New
York, componenti pubblici e privati interessati alla materia (23 Paesi e
tredici organizzazioni internazionali) si riuniscono in Gbep. La
costituzione di una partnership globale
ha uno scopo preciso: definire misuratori ambientali, sociali ed
economici che possano servire ai decisori politici per soddisfare gli
obiettivi nazionali di sviluppo sostenibile.
PERCORSO - Il percorso non è
semplice, non solo perché, come sottolinea Maria Michela Morese, a capo
del segretariato del Gbep, «lo sviluppo delle bioenergie non è mai
avvenuto seguendo una linea uniforme», ma anche perché la sostenibilità è
argomento complesso. «Nel 2008, quando abbiamo effettivamente iniziato a
lavorarci», continua Morese, «la prima lista di indicatori contava su
quasi duecento elementi. Siamo infine giunti a identificarne otto per
ciascuno dei tre pilastri dello sviluppo sostenibile: quello ambientale,
quello sociale e quello economico. La nostra intenzione? Utilizzare
questi 24 indicatori come strumenti per trasformare le potenzialità in
opportunità. Soprattutto nei Paesi in via di sviluppo».
PARTECIPAZIONE - Primo accordo
globale a livello governativo in materia bioenergie, il rapporto Gbep
conta sulla partecipazione delle maggiori potenze del pianeta. «Non ci
sono grandi assenti», dichiara Morese, «ma, certo, speriamo in un futuro
maggiore coinvolgimento di alcuni soggetti strategici. Mentre grandi
economie di transizione come il Messico e il Brasile sono attivi e molto
presenti, la Cina e l'India partecipano ancora poco. Confidiamo nel
fatto che la definizione degli indicatori di sostenibilità sia per loro
di sprone». Per mettere d'accordo le esigenze dei vari Paesi, si è
scelto di percorrere la strada dell'adesione volontaria. «Da anni ci
siamo resi conto che in un contesto volontario le barriere politiche
tendono a scemare: si riesce cioè a discutere più apertamente, e a
raggiungere risultati più produttivi rispetto a contesti obbligatori.
Siamo convinti che i risultati della Gbep, proprio perché ottenuti su
base volontaria, verranno tenuti in grande considerazione a livello
governativo nella definizione delle strategia nazionali di
sostenibilità».
ESEMPI - Tra gli esempi virtuosi
spicca il Giappone, che già ha utilizzato gli indicatori Gbep per
misurare la situazione nazionale. «Ma anche Paesi come la Germania, gli
Stati Uniti, il Brasile, l'Olanda e l'Italia stanno lavorando nella
stessa direzione. Il nostro Paese, in termini di produzione sostenibile
di bioenergia, non presenta grandi falle. Abbiamo anzi centri molto
avanzati, come l'impianto sperimentale del gruppo Mossi e Ghisolfi, a Crescentino (Vc)
che entro la seconda metà del 2012 produrrà bioetanoli di seconda
generazione: un'eccellenza su scala mondiale». Per i Paesi in via di
sviluppo, la speranza è che gli indicatori «si riflettano poi in
strumenti legislativi nazionali. Se per esempio un paese come il
Mozambico volesse esportare bioetanolo da canna da zucchero in Europa,
per sostenere la Spagna nel raggiungimento dell'obiettivo della direttiva 2009, il famoso 20-20-20»,
continua Morese, «potrebbe farlo solo dimostrando che la sua produzione
è sostenibile. Ecco: gli indicatori Gbep possono aiutare in modo
concreto, per fare sì che una simile produzione valga nel conteggio
della sostenibilità».
FUTURO - Nel prossimo futuro l'attività di Gbep si concentrerà sul capacity building, «importantissimo soprattutto nei Paesi in via di sviluppo. In quelli dell'Ecowas (la commissione economica degli Stati africani occidentali)
i governi sono ancora scettici sulle bioenergie. Per rafforzare la
conoscenza del tema, nel prossimo marzo organizzeremo un forum in Mali:
un evento per informare rappresentanti governativi e del settore privato
sul tema bioenergetico, e per trasformare i loro timori in possibilità
di sviluppo. Ovviamente sostenibile».
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Plastica: il riciclo vale 700 milioni di euro |
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Scritto da Rosario Blandino
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Lunedì 23 Gennaio 2012 11:44 |
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Dal Corriere della Sera - MILANO - Ogni giorno 4 mila
balle di plastica, cubi di un metro e mezzo per un metro e mezzo, per un
totale di mille tonnellate quotidiane, vengono assemblate dopo un
complesso procedimento di selezione che smista grazie a laser, nastri
trasportatori, getti d’aria, cernita manuale, un tipo di plastica
dall’altro, tra tutti i flaconi, le bottiglie, i sacchetti, i barattoli
che in Italia vengono buttati nella raccolta differenziata. Ma cosa
succede alle bottiglie d’acqua minerale, ai vasetti di yogurt e ai
contenitori per le uova che buttiamo?
SELEZIONE - Nel 2011 la raccolta di plastica ha raggiunto le 650 mila tonnellate (dato Corepla, Consorzio nazionale per la raccolta, il riciclo e il recupero di rifiuti di imballaggi in plastica).
Di questa montagna di contenitori arrivati dalla raccolta differenziata
urbana ai 37 impianti di selezione, una parte va al riciclo e ciò che
non può essere riciclato è recuperato grazie al potere energetico della
plastica: circa 200 mila tonnellate sono trasformate in combustibili
alternativi alle fonti fossili. Spiega il presidente di Corepla,
Giuseppe Rossi: «Nella fase di separazione il 61% viene avviato al
riciclo, e poi trasformato in materia prima, mentre il 39%, quello che
chiamiamo “misto”, diventa combustibile destinato soprattutto ai
cementifici e agli impianti per la produzione di energia. Il trattamento
di selezione è molto complesso, più che per ogni altro materiale,
perché in effetti la plastica non esiste: esistono le plastiche»,
prosegue Rossi. «A differenza di altri prodotti, come ad esempio il
vetro, che è composto di silicati e che sia verde, bianco oppure blu,
messo in forno si scioglie ed è pronto per essere riciclato, la plastica
è composta di carbonio e idrogeno. Inoltre, ogni plastica ha la sua
formula, che va scomposta: ed è proprio la formula che rende ogni
plastica differente e garantisce diverse caratteristiche».
LE PLASTICHE - Polietilene
tereftalato (PET o PETE), polietilene ad alta densità (HDPE),
polietilene a bassa densità (LDPE), polipropilene (PP), polivinilcloruro
(PVC), polimetilmetacrilato e policarbonato (altri), polistirene (PS):
dietro a questi nomi e a queste sigle ci sono le formule che rendono
flessibile, rigida, soffice, e sempre riciclabile la materia plastica.
«Il 99 per cento della plastica è petrolio, l’1 per cento sono pigmenti
per la colorazione. Ma solo il 4% del consumo mondiale di petrolio è
destinato alla produzione di materie plastiche», spiega ancora Rossi.
«Tutta la plastica che buttiamo nei cassonetti torna a vivere sotto
altre forme: le bottiglie in PET possono diventare tessuto, fodere per
abiti o pile, mentre il polipropilene, il famoso Moplen, può
trasformarsi in reti da pesca, in cavi, funi. E i flaconi dei detersivi,
che sono in polietilene ad alta densità, sono riconvertiti in tubazioni
per le fognature o isolanti per l’edilizia. Oppure tornano a essere
flaconi. La plastica è per sua stessa natura una risorsa: se raccolta e
riciclata correttamente restituisce tutto il potere del petrolio».
TRATTAMENTI - Prima di arrivare
al riciclo, e trasformarsi in scaglie (nel caso del PET) oppure in
granuli (per l’HDPE), la nostra bottiglia e il nostro vasetto di yogurt
subiscono trattamenti degni di Guerre stellari. Un cilindro rotante
seleziona il contenuto dei cassonetti, smistando sacchetti e materiale
volatile da bottiglie e flaconi. Dopo questa prima separazione, raggi
infrarossi dividono le plastiche per polimero individuando le bottiglie
in PET, e colpendole con getti d’aria le spediscono su un nastro a loro
dedicato, dove vengono successivamente selezionate per colore, mentre
vengono fatti scivolare sul nastro inferiore i contenitori in HDPE. Una
selezione manuale garantisce che i materiali raccolti in ogni balla
siano omogenei: tutto PET trasparente oppure tutto HDPE.
ALL'ASTA - Ogni mese, attraverso
un’asta telematica, la plastica così suddivisa, viene acquistata dai
riciclatori e avviata alla seconda fase della lavorazione. Ogni balla
viene smontata, mandata al prelavaggio in un mulino che elimina ogni
impurità (etichette comprese), poi un detector individua eventuali parti
metalliche e le elimina. Tritata in scaglie, sciacquata, centrifugata,
essiccata, viene nuovamente tritata in scaglie più fini. Il polietilene
anziché in scaglie, prende la forma prima di spaghetto, poi di piccole
lenticchie. Queste scaglie e granuli, ricavati dai 10 chili di rifiuti
in plastica che ognuno di noi produce ogni anno, tornano ad avere
valore: oggi il settore del riciclo delle materie plastiche conta in
Italia circa 300 imprese per 2 mila addetti e un fatturato di 700
milioni di euro. Ma l’aspetto economico è una parte del riciclo: il
Corepla, che ha versato più di 150 milioni di euro ai Comuni, ha
consentito il risparmio di 3.164.000 tonnellate di CO2. Come? Gli
imballaggi raccolti occupano 19,5 milioni di metri cubi (21 volte il
volume del Colosseo), spazio che è stato evitato in discarica e ha
fornito nuova materia prima.
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Eventi MiRos di Gennio 2012 |
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Scritto da Rosario Blandino
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Lunedì 16 Gennaio 2012 11:18 |
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Gli appuntamenti che la MiRos propone per il mese di Gennaio 2012 sono due:1) 19 Gennaio 2012, ore 19.30, Camera del Lavoro - Scicli, "I° Convegno-Dibattito: La Fiscalità e le nuove norme che regolano i rapporti bancari. Come comportarsi". 2) 21 Gennaio 2012, ore 20,30, Camera del Lavoro - Scicli, Convegno-Dibattito " La Birra: nutrice o carnefice?". Segue la classica Cena di MiRos con Pizza e degustazione della birra artigianale prodotta a Modica.Siete tutti invitati a partecipare.
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Buste biodegradabili flop solo un negozio su 10 le usa |
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Scritto da Rosario Blandino
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Giovedì 19 Gennaio 2012 12:24 |
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Da La Repubblica - LA LEGGE sui bio shopper, partorita dopo molti rinvii, il primo gennaio
scorso ha compiuto un anno. Ma i nuovi sacchetti sono veramente
ecologici? In realtà solo un negoziante su 10 supera l'esame "compost",
cioè utilizza buste biodegradabili in tempi brevi. Tre su 10 usano i
prodotti sbagliati. E 6 su 10 materiali su cui non hanno certezze.
La notizia viene da una ricerca Ispo che fotografa il comportamento dei
commercianti. Il primo dato confortante è che sapevano: il 97% era a
conoscenza della norma entrata in vigore il primo gennaio 2011. Il
secondo dato positivo è che 9 su 10 considerano la nuova legge "un passo
avanti nel rispetto dell'ambiente". Ma qui si fermano le buone notizie e
si entra nell'area critica. Tanto per cominciare un commerciante su
tre se ne infischia della legge e continua imperterrito a smerciare i
vecchi sacchetti di plastica di cui troviamo traccia nei boschi, sui
prati, sulle spiagge e nei fiumi. E solo 1 su 10 ha sul banco gli
shopper che effettivamente non causano problemi ambientali. Un
risultato decisamente poco brillante che spiega l'intensità delle
polemiche che nelle ultime settimane hanno alimentato il dibattito
parlamentare. Il Pd (con i capigruppo in commissione ambiente Roberto
Della Seta e Raffaella Mariani e il responsabile cambiamenti climatici
Francesco Ferrante) ha presentato emendamenti al decreto Milleproroghe
per reintrodurre la norma sui parametri di dissolvenza degli shopper che
era misteriosamente scomparsa dal testo dopo l'annuncio del governo.
"Aggirare la legge con false plastiche verdi è un disastro",
ricorda David Newman, direttore del Consorzio italiano compostatori. "Ci
sono Comuni che stanno sbagliando gli acquisti: distribuiscono
sacchetti per la raccolta dell'umido che non si degradano nei tempi
giusti. Questo errore ci costa già oggi 20 milioni di euro l'anno in
danni agli impianti di compostaggio che restano intasati dalla
plastica". "Noi chiediamo una cosa molto semplice: attenerci
alla normativa europea", aggiunge Marco Versari, presidente di
Assobioplastiche. "Le bioplastiche devono sostanzialmente avere gli
standard della cellulosa che si dissolve nell'ambiente, in determinate
condizioni, in 180 giorni. Non è un obiettivo impossibile. Lo provano
le aziende, da Novamont a Mossi & Ghisolfi, che offrono prodotti
certificati e che nei prossimi 5 anni investiranno in Italia 700 milioni
di euro per sviluppare la chimica verde". In sostanza il punto è
che il concetto di degradabilità, privo di parametri, non ha
significato: tutto prima o poi si degrada. Ma un conto è che il processo
avvenga in qualche settimana, un conto è dover aspettare secoli. Un
conto è avere a che fare con un prodotto che viene dai campi, un conto è
usare una plastica che frammentandosi diventa meno visibile ma resta
insidiosa. "Noi proponiamo un cambio di prospettiva", precisa il
ministro dell'Ambiente Corrado Clini. "Con la chimica verde, che tra
l'altro vede un ruolo importante delle industrie italiane, si passa
dalla filiera dei combustibili fossili a quella dei prodotti organici.
Si usa mais invece di petrolio. Il che vuol dire che non soltanto si
difende il paesaggio dall'invasione dei frammenti di plastica, ma si dà
un contributo alla riduzione dell'uso dei fossili che, quando vengono
bruciati, rappresentano la principale minaccia per la stabilità del
clima".
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Umami, il «sesto senso» della lingua |
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Scritto da Rosario Blandino
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Martedì 17 Gennaio 2012 12:25 |
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Dal Corriere della Sera - MILANO – C’è chi si alza da tavola pago e felice, dopo aver goduto di
tutti i sapori che ci regalano le papille, compreso il grasso, ultimo
arrivato tra i gusti. E c’è chi dei cibi ipercalorici non è mai
soddisfatto, ma non sarebbe giusto etichettarlo come semplice goloso.
Infatti l’ultimo studio
in materia individua nel «fat» il sesto gusto della lingua (oltre al
salato, dolce, aspro, amaro e il saporito, recentemente identificato) e
parla anche di una variante ipoattiva di un gene che, in chi la
possiede, non consente di percepire a sufficienza questo sesto sapore. E
fa ingrassare le persone.
IL GRASSO È COME IL DOLCE O IL SALATO -
Per secoli si è ritenuto che gli esseri umani potessero percepire
attraverso la lingua quattro sapori: dolce, salato, aspro e amaro. Poi
ne è stato scoperto un quinto chiamato umami (saporito), e ora uno studio della Washington University School of Medicine ne aggiunge un sesto: il grasso.
Gli scienziati americani hanno infatti individuato un recettore chimico
nelle papille gustative della lingua che riconosce le molecole di
grasso. Ma una proteina, che varia da persona a persona e che è
incaricata di metabolizzare i lipidi, ne influenza la percezione e, se
insufficiente, fa sì che di questo sesto gusto non se ne abbia mai
abbastanza. Contribuendo all’obesità.
LA RICERCA - Lo studio, pubblicato sul Journal of Lipid Research,
ha coinvolto 21 partecipanti sovrappeso invitati a degustare tre tipi
di olio, uno dei quali ad alto contenuto di lipidi. L’individuazione
dell’olio grasso non è stata facile per tutti i volontari e gli esperti
hanno potuto notare diversi livelli di percezione. Inoltre esiste una
proteina chiamata CD36 deputata a riconoscere il grasso e, se questa è
carente, la sensibilità al grasso è ridotta, il che spiegherebbe il
motivo per cui esistono persone che non si saziano mai di cibi
ipercalorici. In particolare gli scienziati hanno notato che coloro che
producono livelli più alti di CD36, rispetto a chi ne fabbrica la metà,
percepiscono con maggior facilità la presenza di grassi negli alimenti e
per l’esattezza la avvertono otto volte di più.
LA SPIRALE DEI GRASSI - La
ricercatrice Nada Abumrad, che insieme a M. Yanina Pepino ha guidato lo
studio, sottolinea la valenza di questa intuizione: «Così si
spiegherebbe l’obesità e quel senso di insoddisfazione perenne di cui
soffre circa il 20 per cento della popolazione a tavola». Tra i
volontari presi in esame c’erano individui con variante iperattiva del
gene, ridotta o intermedia, ma gli studiosi hanno notato che la dieta
stessa incoraggia questo meccanismo e un regime alimentare ad alto tasso
di lipidi inibisce la produzione della proteina stimolando la fame di
grassi e mettendo in moto una spirale. Gli studiosi americani sperano
che la loro scoperta possa essere usata per combattere l'obesità.
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